Vagli a spiegare che è Primavera

Mo.Li.Te. – Movimento per la Liberazione dalla Tecnocrazia

Un anno dopo il Decreto della Liberazione 2020

«È una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti dagli orizzonti corti e frammentati»

Alexander Langer

Sono passati un anno, due Pasque e due Equinozi di Primavera dal grande confinamento che ha rivelato l’essenza dell’epoca che stiamo vivendo, la globalizzazione capitalista dell’inizio del terzo millennio.

Quando abbiamo deciso di scrivere un fantascientifico Decreto della Liberazione, a ridosso del 25 aprile 2020, venivamo già da anni difficili in cui spesso avevamo dovuto fare scelte forti per continuare a sopravvivere, e magari continuare a portare avanti i nostri sogni, senza che venissero fagocitati dall’aziendalizzazione delle esistenze che la tecnocrazia, con tutti i suoi strumenti di finto progresso, ci aveva imposto.

Avevamo già visto, da anni, distruggere comunità e territori, alienare noi e le generazioni più giovani con troppa inutile vita virtuale, impoverire i linguaggi e le culture umane, saccheggiare popolazioni e inferocire le relazioni umane.

Venivamo dalle strade di Genova del luglio 2001, dalle lotte No Tav e No Tap, dallo zapatismo, dalla decrescita, da esperienze comunitarie, da gruppi di autocoscienza, da decenni di economie alternative tentate e a volte riuscite, ma anche da percorsi personali di crescita, da rivoluzioni dello stile di vita, da convivenze e condivisioni di vario tipo, insomma da fratellanza e sorellanza tentata e più o meno riuscita in mezzo al deserto di socialità che ci stavano facendo intorno.

Venivamo da parole che ci risuonavano nella mente e nel cuore da tempo: cambiare il mondo senza prendere il potere, prendersi cura di sé e del mondo, “votare” ogni volta che si fa la spesa, essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo. Andare verso un altro mondo possibile.

Sapevamo che non si trattava più di aspettare un sol dell’avvenire.

Si trattava di fare un’altra vita, qui ed ora.

 

Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza

Disobbedire e disertare il capitalismo, il patriarcato, il potere secolare e millenario arrivato al capolinea violento della globalizzazione, non era una cosa facile. Si trattava di mettere in discussione un po’ tutto. E non a parole. Si trattava di partire dal fondo del fondo del pozzo, non semplicemente cambiare supermercato, passare da quello cattivo a quello buono, da quello sporco a quello green.

Significava mettere in discussione il sistema dentro di sé: quello fatto di tempo che non c’è, fatto di fast food e pervasività della chimica, fatto di medicine per mettere le toppe alle ansie e agli scompensi immunitari, fatto di relazioni false che ti scappano di mano, fatto di denaro diventato ordine simbolico di tutto l’esistente. Di isolamento sociale, di nevrosi e psicosi. In una parola, di infelicità.

Significava cambiare nel profondo: uscire dagli slogan della vecchia sinistra novecentesca senza incappare nelle sirene del nuovismo capitalista tecnocratico e scientista, per mettere al centro la relazione con sé stessi, con le altre e gli altri, con il resto del mondo. E sapevamo che non era facile.

Significava mettere in discussione il modo in cui facevamo la spesa, il modo in cui lavoravamo e producevamo ricchezza e povertà, il modo in cui ci muovevamo, il modo in cui educavamo e anche il modo in cui ci curavamo: tutte queste forme necessarie di esistenza erano state ed erano ancora parte integrante dei meccanismi di potere da cui eravamo stati colonizzati nella nostra crescita consumista.

Decolonizzare l’immaginario significava andare nel profondo dei nostri meccanismi inconsci, e non bastava dirlo per riuscire a farlo: occorrevano percorsi profondi, lenti, duri di liberazione.

Forse una cosa però non l’avevamo messa in conto nel grado giusto: la ginnastica d’obbedienza che avrebbero continuato a praticare tutte quelle e quelli talmente impauriti dall’uscita dai binari, da accettare persino l’impossibile piuttosto che guardare in faccia la realtà. Accettare persino una vita disumana. Persino il bavaglio permanente, la vita perenne davanti a uno schermo, la paura fisica dell’essere umano.

Ha scritto il filosofo Giorgio Agamben, qualche giorno fa:

«Qual è la figura della nuda vita che è oggi in questione nella gestione della pandemia? Non è tanto il malato, che pure viene isolato e trattato come mai un paziente è stato trattato nella storia della medicina; è, piuttosto, il contagiato o – come viene definito con una formula contraddittoria – il malato asintomatico, cioè qualcosa che ciascun uomo è virtualmente, anche senza saperlo. In questione non è tanto la salute, quanto piuttosto una vita né sana né malata, che, come tale, in quanto potenzialmente patogena, può essere privata delle sue libertà e assoggettata a divieti e controlli di ogni specie. Tutti gli uomini sono, in questo senso, virtualmente dei malati asintomatici. La sola identità di questa vita fluttuante fra la malattia e la salute è di essere il destinatario del tampone e del vaccino, che, come il battesimo di una nuova religione, definiscono la figura rovesciata di quella che un tempo si chiamava cittadinanza. Battesimo non più indelebile, ma necessariamente provvisorio e rinnovabile, perché il neo-cittadino, che dovrà sempre esibirne il certificato, non ha più diritti inalienabili e indecidibili, ma solo obblighi che devono esser incessantemente decisi e aggiornati.»

Quel che dirà di me alla gente

Nell’anno che è passato, più o meno dall’Equinozio della Primavera 2020, abbiamo visto esplodere tutte le micce che erano state accese nei decenni precedenti. Abbiamo visto topi umani in trappole virtuali farsi la guerra tra di loro su cose che non conoscevano, ma di cui credevano di avere conoscenze certe in quanto dette dagli esperti. Abbiamo visto donne e uomini, cantanti, politici, compagne e compagni, membri di associazioni e movimenti, intellettuali progressisti, giornalisti, uomini e donne di spettacolo, cantanti, attrici, influencer e tutti i membri della società civile evoluta, regredire allo stadio di odiatori seriali nei confronti di qualsiasi critica che venisse mossa alla narrazione unica, a reti unificate, incessante, ossessiva, psicotizzante e insopportabile, che riguardasse la gestione dell’emergenza epidemiologica da covid 19.

Abbiamo visto noi stesse/i perseguitate/i in tutti i modi possibili, su qualunque fronte, reale o virtuale che fosse, da orde di paranoici. Abbiamo visto sbagliare cure, impedirne altre, imporne altre ancora e silenziare qualsiasi voce possibile che deviasse anche minimamente dai sedicenti professionisti dell’informazione. Nonostante nessuno di noi abbia mai negato le sofferenze vissute dalle persone: ma di sofferenze ce ne sono state di vario tipo, tante, troppe, e la maggior parte si sarebbero potute evitare se non fossero state le multinazionali capitaliste a gestire il potere del sistema internazionale. Ma questo naturalmente era impossibile, dato che già le multinazionali capitaliste governavano la politica globale. Per questo, se prima un altro mondo era possibile, poi è diventato necessario, poi è diventato emergenza, ora è diventato l’unica possibile via di salvezza.

Abbiamo visto nascere una task force governativa dell’informazione, formata dai peggiori giornalisti in circolazione, l’abbiamo vista dirigere e imporre come unica e grande paura quella delle fake news, dei complotti, mentre veniva fornita una delle versioni più false, antiscientifiche e vergognose, di un evento sanitario, che la storia umana ricordi.

Abbiamo assistito, in sintesi, a quello che un anno fa nemmeno noi volevamo accettare: l’affermazione di una inedita, sui generis, innovativa e raffinatissima dittatura diffusa su scala globale.

Non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni

«Che danno ci farà un sistema che ci stordisce di bisogni artificiali per farci dimenticare i bisogni reali? Come si possono misurare le mutilazioni dell’anima umana?»

Eduardo Galeano

Non è stato un caso che proprio la società civile progressista, proprio quella che ha ascoltato De André e letto Pasolini e Gramsci, quella che è cresciuta con i valori giusti, i valori della resistenza alla barbarie del potere, fosse l’obiettivo sensibile principale della dittatura globale fondata sullo scientismo tecnocratico.

Si trattava, già da quel lontano fine millennio in cui si stava costruendo il nuovo potere occidentale delle multinazionali, di mettere definitivamente in soffitta i vecchi e inutilizzabili strumenti di oppressione: dittature classiche, squadrismi, intolleranze religiose, morali bigotte. Questi strumenti non funzionavano più, non avevano più presa nei confronti di una società a cui era stato concesso tutto, e anche troppo, compresa la possibilità di studiare.

C’era un’ultima arma che il potere occidentale poteva usare, l’arma finale: il distacco totale delle menti dai corpi, la frattura definitiva delle parole dalle cose.

Grazie a quest’arma, i peggiori oppressori avrebbero potuto senza problemi imporre qualsiasi obbligo, qualsiasi business, qualsiasi violenza, mentre contemporaneamente promuovevano a parole diritti civili, antirazzismo, parità di genere, sviluppo sostenibile e fratellanza tra i popoli.

Qualunque destra violenta, usando i termini della sinistra, avrebbe potuto prendere il potere.

La disinformazione onnipresente avrebbe sancito il distacco definitivo della realtà virtuale dalla realtà vera.

L’infodemia avrebbe reso possibile l’impossibile.

Ha detto il premio nobel per la Fisica Richard Feynman:

«Il problema non è che le persone siano ignoranti. Il problema è che le persone sono istruite quel tanto che basta per credere a ciò che è stato loro insegnato e non abbastanza istruite per mettere in dubbio qualsiasi cosa di ciò che è stato insegnato loro».

Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

C’è un piccolo particolare ineludibile e refrattario alle dinamiche di potere, tuttavia: la realtà vera nel frattempo esiste ancora.

Esistono i corpi, esiste la terra, esistono bambini e ragazzi che non ce la fanno più, pance e tasche vuote, abbracci che si danno clandestinamente, fughe in campagna, sesso, amore, amicizia, paesi, città, popolazioni, che per quanto disperate, alienate e saccheggiate, raggirate e ancora incapaci di comprendere gli obiettivi verso cui rivolgere il proprio malessere, sono lì. Si svegliano la mattina e devono passare la giornata, e non sempre l’ipnosi tecnologica, l’accanimento terapeutico per sedare il panico e la schiavitù lavorativa dello smart working, riescono a silenziare.

La realtà è imprevedibile, la vita è un’avventura, il mondo è bello: è quello il problema. Quando non si ha da mangiare, se altro non si può fare, si ruba. Si rubano cene con gli amici, baci e abbracci, scorte dai supermercati, per chi non è ancora riuscito a tornare verso le autoproduzioni e le economie locali, cioè la maggior parte della popolazione occidentale.

In questa situazione, potrebbero scoppiare perfino i templi della civiltà industriale consumista: le città e le metropoli.

 

Imprigionarli durante l’ora di libertà

Ci avete chiesto in tante e tanti, subito dopo la pubblicazione del nostro “Decreto” e dopo anche le “FAQ”, di fare qualcosa. Di creare reti, di fare un movimento vero nella vita reale, a volte anche di partecipare a percorsi collettivi di crescita evolutiva, di pensare ad ecovillaggi, comuni e quant’altro.

Non potevamo farlo, e per un semplice motivo che ora, finalmente, vi spiegheremo: semplicemente, lo stavamo già facendo.

Le circa 10-15 persone che si sono coinvolte nella genesi del Mo.Li.Te., che hanno scritto o anche solo letto e discusso, ma anche le altre che sono state accanto a queste 10-15, come probabilmente molte di voi che avete sentito risuonare dentro le loro parole, sono già impegnate in uno o più territori a cercare di resistere a tutto questo e a tenere in vita la vita.

Quello che abbiamo fatto è stato solo creare un riflesso collettivo di quello che stava succedendo, di bisogni emergenti che sapevamo benissimo esistere anche se facevano e fanno fatica a trovare spazio di dicibilità pubblica: quello che sentivate voi, cioè che questo non bastava, che non bastava incontrarsi online, che stava succedendo qualcosa di tremendo che andava contrastato, lo sentivamo anche noi. Ma non potevamo fare niente di più di quello che abbiamo fatto, e per un semplice motivo: quello che abbiamo fatto è stato innanzitutto metterci in discussione, in connessione, in relazione. Seppure all’inizio solo virtualmente, ma era comunque quello che potevamo fare con quello che potevamo avere in quel momento.

Le energie innescate dentro di noi e tra di noi un anno fa, sono servite principalmente a noi, a sopravvivere, perché le energie sono importanti, e quando le energie finiscono ci si ammala: era questa la cosa principale, non ammalarsi. Anzi, iniziare a guarire: nel corpo, nella mente, nello spirito e nelle emozioni, che poi fanno parte di un’entità unica che ognuna e ognuno di noi è. Perché noi non siamo macchine, come vorrebbe invece la vecchia mentalità ottocentesca riduzionista ancora in auge.

 

Siete per sempre coinvolti

Ora non è come allora. Ora sono passati un anno, due Pasque e due Equinozi di Primavera ed è molto più chiaro il fatto che tutto questo non finirà. Continueranno a psicotizzare le masse con il bastone e la carota, come senza vergogna è riuscito a dire solo qualche giorno fa uno dei tanti pagliacci televisivi scambiati per luminari della medicina («non solo bastone, ora ci vuole la carota»).

Ma ora non è più nemmeno come all’epoca delle manifestazioni, dei movimenti di massa, e non lo è più da decenni ormai: la massa è disgregata e si violenta al suo interno, si auto-massacra online tra i commenti dei social network ogni giorno, dove ognuno vede l’altro come un nemico contro cui gettare frustrazioni. È impossibile pensare ad una reale resistenza di massa in questo scenario.

Bisogna prima ricostruire questa possibilità, sfruttando le occasioni che ci sono, che possono essere tante. Un esempio? Luglio 2021 a Genova. Per riprendere il filo interrotto dell’altro mondo possibile. Ad esempio.

Ma dobbiamo tornare principalmente alla vita, riprendercela e non farcela concedere.

Non è impossibile riunirsi, trovarsi.

Alla luce del sole o clandestinamente.

Tirando dentro chiunque condivida quello che noi pensiamo di aver visto.

Qualunque sia la sua professione, propensione, produzione, di pensieri o di oggetti, di arnesi o teorie, di note o colori, qualunque sia il contributo e qualunque sia il modo di aggregarsi.

Non aspettate che siamo noi a dirvelo, ditecelo voi: dove ci troviamo? Quando?

In un posto o in cento posti? In campagna? Al mare? In città? In montagna?

Invitateci, organizzate assembramenti, adunate sediziose, circoli di autocoscienza, feste e baccanali, banchetti crudisti, serate di esplorazioni erotiche, qualunque cosa che ci faccia urlare al mondo e alle stelle che siamo vive e vivi.

Non importa che siamo tutte e tutti in un posto, disseminiamoci e germogliamo.

Se sarà utile e se ci saranno le energie, terremo una mappa di possibili luoghi liberati e la faremo circolare.

Il Mo.Li.Te. – Movimento per la Liberazione dalla Tecnocrazia, se deve continuare ad esistere, siete voi, insieme a noi.

Continuate a leggerci qui sopra, e se avete qualcosa da proporci, scriveteci.

Partiamo da noi senza farci trovare. E ci troveremo.

Fuori dalla guerra psichica del potere.

La vita è altrove.

***

molitemovimento@gmail.com

molitemovimento.wordpress.com

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Il titolo principale, i titoli dei paragrafi di questo testo e le parole scritte su un muro di Genova riportate nella foto qui sotto, fanno parte del brano di Fabrizio De Andrè: «Nella mia ora di libertà»

Cose viste

di Julien Coupat et alii – da Qui e ora

Abbiamo visto abolita con uno schiocco di dita la libertà più elementare delle costituzioni borghesi – quella di andare e venire.

Abbiamo visto un presidente pretendere di regolare dall’Eliseo i «dettagli della nostra vita quotidiana».

Abbiamo visto un governo promulgare dall’oggi al domani delle nuove abitudini, la maniera corretta di salutarsi e anche promulgare una «nuova normalità».

Abbiamo sentito trattare i bambini come delle «bombe virali» – e alla fine no.

Abbiamo visto un sindaco vietare di sedersi più di due minuti sulle panchine della «sua» città e un’altra proibire di comprare meno di tre baguette per volta.

Abbiamo ascoltato un professore di medicina depresso parlare di «forma di suicidio collettivo per se stessi e per gli altri» a proposito di giovani che prendevano il sole in un parco.

Abbiamo visto un sistema mediatico perfettamente sconsiderato tentare di riguadagnare un po’ di credito morale attraverso la colpevolizzazione di massa della popolazione, come se la resurrezione del «pericolo giovani» avrebbe prodotto la propria.

Abbiamo visto 6000 gendarmi delle unità di «montagna» appoggiati da degli elicotteri, dei droni, dei fuoribordo e dei 4X4, lanciati in una caccia nazionale ai passeggiatori sui sentieri, sui bordi dei fiumi, dei laghi – senza parlare, evidentemente, dei bordi del mare.

Abbiamo visto i polacchi in quarantena spinti a scegliere tra fotografarsi a casa propria su di una applicazione che combina geolocalizzazione e riconoscimento facciale o ricevere la visita della polizia.

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Complottismo e dissenso

di Elisa Lello (*) – da Comune-info

Era convinzione diffusa che, con l’esperienza della pandemia, lo scetticismo e i timori nei confronti dei vaccini si sarebbero ridotti sostanzialmente, per lasciare posto a sentimenti di attesa e speranza. Qualcosa, tuttavia, è andato storto. Mentre arrivano notizie circa percentuali importanti, nelle varie Asl dislocate sul territorio, di personale sanitario e delle Rsa che non intende sottoporsi a vaccinazione anti-covid, sappiamo, da un’indagine di EngageMinds HUB-Università Cattolica di Cremona, che, all’inizio di dicembre 2020, solo il 57 per cento degli italiani si dichiarava disposto a vaccinarsi. Anzi, il numero dei nostri concittadini disposti a sottoporsi all’inoculazione è diminuito rispetto ai primi mesi di pandemia, passando, secondo i dati Demos, dal 68 per cento di maggio 2020 al 59 per cento di ottobre, cinque mesi dopo1.

Per tentare di capire le ragioni del diffondersi di paure e scetticismo si punta il dito verso il dilagare del complottismo e di atteggiamenti riduzionisti/negazionisti e verso quei canali informativi alternativi accusati di essere i principali responsabili della diffusione delle fake news. La ricerca di Mapping Italian News (Università di Urbino) ha effettivamente calcolato che, dall’inizio alla fine del 2020, sono più che quadruplicate le interazioni collegate a contenuti negazionisti sui social network, mentre sono sestuplicati gli iscritti ai vari gruppi e pagine FB riconducibili alla stessa galassia generalmente definita complottista2.

Ciò che però suscita forse ancora più stupore è la reazione che si sta mettendo in campo di fronte a questo fenomeno complesso che si vuole indicare come “complottismo”.

Si dà per scontato, innanzitutto, che chiunque esprima valutazioni critiche, pur di tipo differente, circa la lettura dell’emergenza sanitaria in corso e le strategie di risposta elaborate appartenga a questa schiera. Altrettanto scontato appare che queste opinioni siano frutto di ignoranza quando non di idiozia. Le persone che le esprimono, cioè, non avrebbero risorse culturali sufficienti per comprendere la realtà e nella loro ingenuità finirebbero “nella buca” di narrazioni palesemente false, risibili, pericolose. Accanto a questo tema appare quello del menefreghismo, dell’egoismo spensierato, narcisistico, edonistico di chi non accetta restrizioni alla propria libertà perché si sente, individualmente, forte e invincibile, e non ha voglia di accettarle per il bene delle componenti fragili. Da qui, fiumi di inchiostro sulla deriva individualistica della nostra società, e “signora mia” ma quand’è che si sono spezzati i legami di solidarietà ed empatia e che siamo diventati così brutti, cattivi e insensibili all’altrui sofferenza e fragilità.

Ci sono forse alcuni elementi di verità in tutto questo. O quanto meno vorrei sgombrare il campo dall’equivoco che, siccome – come si sarà intuito – intendo mettere in discussione questa visione, allora con questo voglia dire che le versioni “complottiste” hanno ragione, o che, più in generale, la “verità” stia tutta necessariamente da una parte o dall’altra.

Il problema di fondo è che le visioni riassunte sopra si basano su un ampio e generalizzato “dare per scontato”. Mentre, su questi fenomeni, sappiamo ben poco. Peraltro, è un argomento scottante, nel senso che solo a sfiorarlo ci si brucia: è un attimo venire etichettati come “complottisti” se solo si prova a prendere sul serio – unico modo per comprenderlo – il fenomeno, i suoi contenuti, le ragioni del suo evidente successo globale.

Eppure, limitarsi, di fronte a un fenomeno di tali proporzioni, al biasimo, alla riprovazione e all’indignazione pubblica, ripetendo argomenti tanto abusati quanto privi di alcun riscontro empirico è una strategia non miope, ma proprio cieca. Che può andare bene per sentirci nel giusto, scaldati dall’abbraccio di chi come noi si arrabbia e si indigna e confortati dall’approvazione dei media mainstream e delle istituzioni, ma certo non per affrontare quello che sta accadendo. Quando, invece, avremmo bisogno di strumenti di comprensione e di analisi, che ci mettano all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

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Perché c’è bisogno di un nuovo giornale

Editoriale di esordio de L’indipendente



In Italia esistono una ventina di quotidiani cartacei a tiratura nazionale, un centinaio a carattere locale e un numero imprecisato di riviste periodiche. Un panorama nel quale, dall’avvento di internet, si è aggiunta una sconfinata galassia di testate online. Noi, oggi, arriviamo ultimi in questa partita affollatissima e abbiamo pure la presunzione di ritenere che ce ne fosse bisogno. Che arroganti questi de L’Indipendente, avrà buone ragioni per pensare chi legge queste righe. Ma ci crediamo veramente.

Se è vero che il panorama dei giornali in Italia è alquanto affollato non si può certo dire che goda di ottima salute. Secondo uno studio, in Italia i media godono della fiducia di appena una persona su tre, addirittura inferiore a quella dei politici e dei grandi gruppi economici. Solo il 27% dei cittadini ritiene i media una fonte d’informazione affidabile. Ed ancora, per il 69% degli italiani, i giornalisti cercano deliberatamente di ingannare le persone dicendo cose che sanno essere false, o comunque enfatizzandole strumentalmente.

Noi, da giornalisti, crediamo che questa maggioranza di cittadini abbia ragione. I principali media tradizionali sono ormai in mano a una ristretta oligarchia di gruppi economici e finanziari, che li usano per fare arrivare quotidianamente la lista delle proprie priorità sopra alle scrivanie che contano. La loro funzione è quella di trasmettere l’ideologia dominante. Mentre il grosso dei media online, inclusi quelli formalmente indipendenti, basano la loro sostenibilità economica sulla pubblicità online, un meccanismo perverso che porta alla rincorsa dei click e quindi a privilegiare la forma dei titoli strillati alla sostanza dei buoni contenuti e della verifica delle fonti. Il risultato è che l’Italia, nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, si trova al 41° posto. Davanti a noi ci sono anche Ghana, Burkina Faso e Botswana.

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Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme

di Francesca Cappelli (*) – Testo ripreso da Effimera

Ci sono romanzi che arrivano nella tua vita al momento giusto e ti aiutano a leggere una realtà complessa, attutendo il rumore di fondo, per riuscire a vedere le famose connessioni di montessoriana memoria. Questa lettura è stata per me “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie), un romanzo scritto nel 1985, che si inserisce nella linea delle utopie/distopie anglosassoni. Quella di “1984”, “Brave New World”, “Fahrenheit 451” e il saggio “The Rise of Meritocracy” (eh, già) di Michael Young, pubblicato in Italia con il titolo “L’avvento della meritocrazia” da Edizioni di Comunità, casa editrice fondata, guarda caso, da quel lungimirante di Adriano Olivetti, che proponeva un modello di impresa privata non basata sulla competizione a tutti i costi e sulla selezione, ma sulla cooperazione e il talento. Perché se si parla si meritocrazia, a restare fuori non sono tanto gli ultimi (dei quali si fa carico lo stato sociale, la Chiesa o qualche caritatevole ente di beneficenza), ma i penultimi. Ovvero, i “quasi adatti”, quelli che non “meritano” gli incentivi e gli scatti di carriera, ma giusto un salario alla sussistenza, che non possono ambire a comprare casa, mettere da parte qualche risparmio, concedersi il lusso di una vacanza se non con un volo low cost, di quelli che mandano in giro milioni di persone e tonnellate di anidride carbonica e contribuiscono all’effetto serra e alla diffusione di virus pandemici. Eh, già, pare che dovessimo aspettare il Covid-19 per scoprire che i consumi di massa sono insostenibili dal punto di vista ecologico e poco “meritevoli” da quello culturale.

Cosa c’entra tutto questo con il romanzo della Atwood? A prima vista niente.

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La nuova religione: la scienza come sovrastruttura

di Massimo Fioranelli *

Diceva Antonio Gramsci ne Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce:

“Le verità espresse dalla ricerca scientifica non sono verità assolute e definitive, ma sono approssimazioni storiche, e la scienza è un movimento in continuo sviluppo. Se infatti le verità scientifiche fossero definitive, ed acquisite definitivamente su un piano assoluto e metastorico, la scienza come tale avrebbe cessato di esistere. Si ha quindi che la scienza è una categoria storica; essa offre parametri di interpretazione della realtà che sono variati e varieranno con il variare delle epoche storiche (…) in realtà anche la scienza è una superstruttura, una ideologia. La scienza quindi non ha una sua validità assoluta, al di del tempo, ma rappresenta nella sua storia il riflesso dei rapporti di forza reali all’interno delle classi e dei modi di produzione”.

Che la scienza sia divenuta la nuova religione, una sorta di atto di fede incondizionato, lo percepiamo dalla deriva culturale del momento attuale. Nella storia della medicina, la vaccinazione antipolio si è dimostrata valida nella lotta contro la poliomielite, eradicando una malattia che in un caso su cento provocava gravi deficit neurologici, durante le ondate epidemiche degli anni 50.

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Tecnocrazia e pinkwashing

di Anna Simone* – Profilo


Mentre facevamo ricerca per scrivere “La società della prestazione” mi studiai tutti i programmi di management ideati dalla scuola McKinsey di Londra. Da loro viene tutto questo:

1) L’umano va capitalizzato, ogni lavoratore diventa una risorsa mercificabile, un brand da cui estrarre valore secondo il principio della concorrenza. Di qui il passaggio dall’organizzazione del lavoro alla “gestione delle risorse umane”.

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Anarchia, Fede e dipendenza dal Sistema

di Vito Mora – bucoquadrato


Parto da questa affermazione dolorosa:
“Chi più chi meno, tutti ci siamo cagati addosso”.

Rivoluzionari, Anti di qua e Anti di là, inneggianti alla lotta armata in Rojava, desiderosi di un’idea esagerata di libertà, nel momento in cui i duri dovevano entrare in gioco, i duri si sono spaventati.
Detta così non sembrerebbe niente di grave, ci sta che si abbia paura in certe circostanze; come si dice… è umano.
Io però ci trovo almeno due cose molto gravi da sottolineare in questa reazione, sulle quali NON si può NON riflettere.
Due cose gravi che toccano due temi che gli attivisti (a questo punto diventati passivisti), né prima né adesso, vogliono toccare: uno è il nostro rapporto con la sofferenza, la malattia e la morte e l’altro, non meno importante, la nostra dipendenza dal Sistema, sia conscia che inconscia.
I due temi sono, in questo periodo, ovviamente estremamente connessi, perché ciò che ci ha spaventato ce l’ha raccontato l’odiato Potere con i SUOI Media, con la SUA Scienza e i SUOI Governi, come d’altra parte il Potere ha sempre fatto, raccontandoci anche altre emergenze: per esempio l’emergenza immigrazione, così come la crisi finanziaria, lo spauracchio Spread, ma anche l’abbattimento delle Torri gemelle, Bin Laden, la guerra in Iraq, etc. etc.

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Mai più come prima! Insieme per la società della cura

Per una società della cura – Immagine: Caos I di Eduardo Alcoy, tratta da galerias-arte.com
 
🟢 LA SOCIETA’ DELLA CURA. APPELLO 🔴
 
 
L’assemblea si svolgerà in due sessioni: la mattina dalle 11:00 alle 13:00 e il pomeriggio dalle 14:30 alle 17:30.
 
 
La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio e sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire più alcuna protezione. Niente potrà essere più come prima, perché è proprio quel modo di pensare e di vivere che ci ha condotto al disastro e continua a minacciare il pianeta e le vite (umane e non) che lo abitano. Il dilagare del virus ha mostrato in modo evidente tutta la precarietà dell’esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale ma anche quali siano davvero le attività essenziali, a cominciare dalla solidarietà tra le persone. “Uscire dall’economia del profitto. Costruire la società della cura” è un manifesto, proposto da molti gruppi, associazioni, reti e movimenti per indicare un possibile percorso comune al fine di porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Abbiamo bisogno, invece, di una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni. I gruppi che hanno promosso il manifesto (cui si può aderire scrivendo all’indirizzo che trovate qui sotto) propongono anche una grande manifestazione da tenersi in questo autunno per rendere più visibile e ampio il percorso avviato
 

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DECRETO DELLA LIBERAZIONE

10 MISURE URGENTI PER USCIRE DALL’EMERGENZA

Movimento di Liberazione dalla Tecnocrazia (MO.LI.TE.)

molitemovimento.wordpress.com
  “Se lo scientismo è qualcosa, esso è la fede cieca e dogmatica nella scienza. Ma questa fede cieca nella scienza è estranea allo scienziato autentico.”
Karl Popper  

“Non servono tranquillanti o terapie. Non servono eccitanti o ideologie. Ci vuole un’altra vita”
Franco Battiato  
molite.movimento@gmail.com

Rilancio di una politica dei beni comuni e della partecipazione collettiva. Rinuncia al paternalismo e all’infantilizzazione comunicativa e politica. Riconoscimento del modello culturale tecnocratico come strumento di controllo sociale ed economico da superare dopo la fine della società neoliberista.

I dieci punti che leggerete e che formano il Decreto della Liberazione mirano a togliere credito a qualsiasi dogmatismo o presunta verità oggettiva imposta dall’alto, favoriscono la pluralità delle idee in ogni accezione possibile, riconoscono a cittadine e cittadini la facoltà di scegliere per il bene loro, dei loro cari e della più ampia comunità, e mettono a loro disposizione beni e risorse di fatto pubblici.

La scelta del 25 aprile è simbolica perché richiama i valori antifascisti della Resistenza che sono tra i valori a cui si rifà il Movimento per la Liberazione dalla Tecnocrazia

https://molitemovimento.wordpress.com/about/


Il Movimento di Liberazione dalla Tecnocrazia (Mo.Li.Te.)

emana

10 misure urgenti da perseguire per uscire dall’emergenza Covid19  

SOMMARIO

1 – PROMUOVERE L’AUTOPRODUZIONE AGRICOLA CONTADINA LOCALE

2 – CENTRALITA’ DELLE RISERVE NATURALI E REVISIONE DELLE AREE DESTINATE A INDUSTRIA, ALLEVAMENTO INTENSIVO E ALTA VELOCITA’

3 – MICROGENERAZIONE DIFFUSA LOCALE DI ENERGIA ELETTRICA E TERMICA

4 – MEDICINA SISTEMICA INTEGRATA, MEDICINA DEL TERRITORIO E SANITA’ UNIVERSALE

5 – SOLIDARIETA’ DI PROSSIMITA’

6 – PRODUZIONI CULTURALI E ARTISTICHE

7 – MESSA IN SICUREZZA ELETTROMAGNETICA E ALIENAZIONE TECNOLOGICA

8 – RIPENSARE L’APPROCCIO ALL’INFANZIA

9 – INCENTIVARE UNA COMUNICAZIONE ETICA CORRETTA E NON PROPAGANDISTICA NE’ TERRORISTICA

10 – EDUCAZIONE EMOTIVA, ALLE DIFFERENZE, ALLA LIBERTA’



1 – PROMUOVERE L’AUTOPRODUZIONE AGRICOLA CONTADINA LOCALE

Per ridurre quanto più possibile lo spostamento delle merci e dei trasportatori, che comporta evidenti pericoli di diffusione del virus oltre che emissioni inquinanti, si permette la messa in attività di tutte le terre finora incolte, attraverso sovvenzioni urgenti che favoriranno le produzioni naturali e senza fertilizzanti chimici, a vantaggio della ri-sanificazione ambientale e il rafforzamento dei sistemi immunitari. Il Decreto promuove ufficialmente l’autoproduzione contadina locale e rinuncia a qualsiasi pulsione volta a ostacolarla. Ridefinisce inoltre la categoria degli autoproduttori elevandoli da hobbisti a custodi del territorio; assicura la libera circolazione delle persone che curano i terreni con tecniche naturali; avvia meccanismi di controllo indipendenti da interessi economici e conflitti d’interesse sull’uso, la vendita e la commercializzazione di pesticidi e fitofarmaci; sancisce la riapertura dei mercatini locali e dei Gas quali luoghi essenziali per il rafforzamento delle difese immunitarie attraverso la socialità e il cibo sano; consiglia di evitare i supermercati quali luoghi ad alto rischio di contagio e per la presenza elevata di cibi processati. Saranno infine oggetto di inchiesta anche tutti gli allevamenti, per garantire un trattamento adeguato degli animali e l’abbandono graduale di ogni forma di allevamento intensivo, uno sfruttamento inaccettabile, oltre che parte in causa anch’esso dell’inquinamento atmosferico.

Inoltre, basandosi sul Principio di Precauzione (Rio 1991) tuttora in vigore, sospende l’utilizzo di sementi ibride e geneticamente modificate, sconsiglia la monocultura e incentiva la biodiversità.

2 – CENTRALITA’ DELLE RISERVE NATURALI E REVISIONE DELLE AREE DESTINATE A INDUSTRIA, ALLEVAMENTO INTENSIVO E ALTA VELOCITA’

La prima forma decisionale sarà quella basata su una commissione multidisciplinare di riqualifica del territorio, che si occuperà di rivedere gli insediamenti e la viabilità, aspetti questi negli ultimi decenni lasciati totalmente in mano allo sviluppo selvaggio del cemento e del traffico di automobili private.

Il sistema di mobilità, insieme ai complessi industriali e agli allevamenti intensivi, sono le cause principali dell’inquinamento globale e il loro insediamento sui territori va ripensato, gradualmente ma radicalmente, in ottica favorevole alla mobilità dolce e sostenibile, verso cui saranno indirizzate in gran parte le risorse finalizzate alle infrastrutture.

Il decreto spinge e impegna quindi le istituzioni a favorire e tutelare lo stato attuale degli habitat naturali, promuovendo il ripristino e il rinnovamento dei sistemi forestali danneggiati e degradati e rispettando le nicchie ecologiche occupate dalla fauna e flora selvatiche. L’approccio favorirebbe inoltre la concezione dell’essere umano come elemento interno dei processi ecologici.

Si dichiara ufficialmente l’adesione ai principi dell’ecologia sistemica profonda, della visione olistica proposta dall’ecologia della mente  e del biocentrismo, rinunciando a qualsiasi idea antropocentrica di manipolazione degli ecosistemi naturali per trarne un vantaggio che non sia quello della sussistenza e del fabbisogno in armonia con i cicli naturali. È noto infatti che tale concezione di dominio e controllo determina danni ambientali, tra cui mutazioni genetiche e salti di specie, che sfociano con frequenza nella diffusione di epidemie e pandemie.

3 – MICROGENERAZIONE DIFFUSA LOCALE DI ENERGIA ELETTRICA E TERMICA

Il Decreto promuove e finanzia la produzione in loco di energia elettrica da fonti rinnovabili diffuse in piccola scala e non impattanti, lo scambio sul posto di energia elettrica, l’immissione in reti più grandi di energia pulita così prodotta, l’edilizia sostenibile, il risparmio energetico e la gestione razionale dell’energia termica.

Se hai un secchio bucato e vuoi riempirlo d’acqua, cosa fai? Aumenti il flusso del rubinetto, cambi il rubinetto o magari cerchi di tappare il buco che disperde acqua? Così, se hai un sistema energetico nazionale “bucato” dove risulta insufficiente l’erogazione di energia rispetto ai consumi, cosa fai? Costruisci altre centrali termoelettriche, le sostituisci con nuove di altro tipo e vai alla ricerca di ulteriori fonti fossili attraverso piani di trivellazioni, oppure tappi i buchi degli sprechi energetici? Il decreto sancisce l’indirizzamento definitivo delle scelte dell’edilizia italiana verso la sostenibilità energetica e ambientale, essendo il consumo dei nostri edifici una delle principali cause di inquinamento ambientale nel nostro Paese insieme alla mobilità insostenibile, ad agricoltura e allevamenti intensivi e alla cattiva gestione dei rifiuti. Saranno punti di riferimento i progetti pionieristici Casaclima e Passivhaus: nati in Alto Adige negli anni Novanta, hanno fatto passi avanti e oggi si affiancano ai Casaclima Network che sono presenti in tutta Italia per favorire un’edilizia a bassissimo impatto ambientale e capace di ridurre i consumi elettrici e di riscaldamento. Si apre una commissione d’inchiesta popolare sulla politica petrolifera e si sospendono le attività impattanti sul territorio e decise senza il consenso popolare, quali Tap e trivellazioni.

4 – MEDICINA SISTEMICA INTEGRATA, MEDICINA DEL TERRITORIO E SANITA’ UNIVERSALE

Attenzione: rimando importante al punto 9 sulla comunicazione: “Verrà disincentivata qualsiasi argomentazione proveniente dal settore tecnico-scientifico che si arrogherà il diritto di parlare in quanto detentore di verità oggettiva, in quanto esattamente questo è il meccanismo attraverso cui si alimenta il potere tecnocratico.

Il Decreto ritiene necessario un approccio complementare e multidisciplinare alla pratica medica, che tenga conto di tutti i risultati positivi ottenibili. Oltre alle sperimentazioni in corso nel campo della medicina convenzionale, occorre incentivare le forme di cura preventiva, di rafforzamento dei sistemi immunitari, di terapie che non hanno effetti collaterali. Si rende necessaria quindi una commissione medica e scientifica allargata a tutti i punti di vista efficaci, senza chiusure ideologiche né atteggiamenti fideistici. Nel caso del Covid19, si prendono come riferimento le pratiche positive di contenimento come quelle della Corea del Sud e del Veneto, le terapie efficaci sperimentate nella medicina cinese e in ospedali italiani al centro dell’emergenza come il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, gli approcci integrati che favoriscono il rafforzamento dei sistemi immunitari, di cui anche in Italia esistono esempi virtuosi che saranno considerati centri principali di sperimentazione: Sipnei – Società di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia di Roma, Centro di Medicina Integrata dell’Ospedale di Pitigliano (Grosseto).

5 – SOLIDARIETA’ DI PROSSIMITA’

Per ridurre le conseguenze economiche e sociali legate alla crisi derivata dalla pandemia, il decreto si impegna a promuovere e incoraggiare tutte quelle buone pratiche di solidarietà di prossimità che favoriscano e riattivino legami sociali. Si incoraggiano le cittadine e i cittadini a essere vicendevole risorsa e costruire insieme risposte comuni a i bisogni di ognuno/a, con il fine ultimo di creare benessere sociale: la cura e il mutualismo oltre il paternalismo e l’assistenzialismo. Tra queste buone pratiche si annoverano: le esperienze di co-housing, la solidarietà comunale, lo scambio di tempo e lo scambio di oggetti, gli orti comunali, le botteghe di prossimità, il credito fiduciario, le cucine di autoproduzioni di quartiere, autoprodurre a turno per sé e per gli altri. Sarà inoltre necessario attuare una politica che faciliti e ottimizzi gli spostamenti con la condivisione dei mezzi privati e gradualmente il ripensamento di un servizio pubblico capillare ed ecologico sul territorio, accanto a un sistema di mobilità ciclabile da incrementare per favorire l’utilizzo delle biciclette, sia private che pubbliche.

Saranno attivati in un tutto il territorio fasi di autoformazione psicologica e sociale con l’aiuto di chi ha già esperienze e conoscenza delle dinamiche mutualistiche di rottura dell’atomismo e dell’isolamento sociale: sociologi/he e antropologi/he che hanno studiato il fenomeno, attivisti/e delle Social Street, dei condomini solidali, di comuni, comunità ed ecovillaggi, reti esistenti quale la RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici).

Alla luce di una società sostenibile e solidale, si aprirà un tavolo di discussione con il mondo lavorativo riguardante il tema lavoro-vita, a partire da quanto emerso in queste settimane riguardo lo smart working: esso può essere preso in considerazione laddove non elimini gli spazi di lavoro in collettività e in condivisione (relazioni in presenza), ma possa ridurre la necessità di raggiungere un ufficio per mansioni che si possono svolgere anche da casa, in modo da ridurre gli spostamenti e dunque le emissioni. Stessa cosa per quanto riguarda le riunioni di lavoro che possono essere svolte a distanza, quando invece moltissime riunioni, specie delle grandi aziende, comportano lo spostamento di molte persone soprattutto in aereo, un mezzo molto inquinante. Questo tavolo di discussione, tuttavia, dovrà essere aggiornato e integrato con le risultanze delle due commissioni su tecnologia ed elettromagnetismo, di cui si parla al punto 7.

6 – PRODUZIONI CULTURALI E ARTISTICHE

Considerata la vitale importanza dell’approccio psicologico con cui viene affrontata l’emergenza, si ritiene indispensabile suscitare nelle persone un lavoro di crescita interiore, attraverso stimoli artistici e culturali.

Siamo sempre più miopi perché guardiamo poco l’orizzonte, da un punto di vista sia letterale che metaforico. Quindi, soprattutto nella situazione attuale di repressione e isolamento, è necessario sostenere progetti culturali e artistici capaci di aprire gli orizzonti mentali. Occorre partire da quel vuoto, da quella mancanza di integrità e di autostima che rischia di sfociare in aggressività e intolleranza verso gli altri. Ripensare il concetto di noia, intesa come sorgente della creatività personale, ozio creativo, superando l’idea di noia intesa come perdita di se stessi. Bisogna insomma vincere l’insoddisfazione che genera pregiudizio: perché porta a temere il prossimo, a colpevolizzarlo, a compensare questa mancanza con la sicurezza, cioè con delle regole già stabilite di cui sentirsi fedeli difensori. Per vivere in pace, per essere veramente liberi, bisogna ritrovare se stessi. Riempirsi della comprensione di sé, esprimere i propri disagi e i propri desideri. Questo tempo è un’occasione per farlo: le istituzioni si impegnano dunque a promuovere la liberazione interiore, sostenendo progetti nell’ambito dell’educazione artistica e musicale, dell’arte-terapia e del teatro.

Si consiglia l’istituzione di laboratori di teatro dell’oppresso: una metodologia educativa capace di rappresentare le oppressioni quotidiane, portare i conflitti allo scoperto, annullare la violenza con il dialogo, contro il “poliziotto interiore”. Un lavoro sia individuale che sociale, che renda ciascuno protagonista della propria vita e ricerchi soluzioni collettive.

7 – MESSA IN SICUREZZA ELETTROMAGNETICA E ALIENAZIONE TECNOLOGICA

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva”, scriveva il sociologo Enzo Scandurra qualche anno fa. Data la scarsità attuale di dati reali sulla pericolosità dell’inquinamento elettromagnetico, causata dalle continue pressioni politiche ed economiche e degli interessi che hanno condizionato la ricerca scientifica, si stabilisce con la massima urgenza la creazione di due commissioni multidisciplinari.

La prima formata da esperti dei settori scientifico, tecnologico, antropologico, sociologico e urbanistico, con approcci differenti e quanto più possibile di orientamenti diversi, per arrivare a stabilire con la massima precisione possibile quali siano i comportamenti migliori da adottare, a livello istituzionale, per riequilibrare il rapporto tra fabbisogno di tecnologia, salute umana e impatto ambientale.

La seconda formata da esperti dei settori filosofico, antropologico, sociologico, pedagogico e psicologico, con approcci differenti e quanto più possibile di orientamenti diversi, per arrivare a stabilire quali siano i metodi migliori per affrontare le conseguenze della dipendenza psicologica e dell’alienazione sociale a cui la nostra società è stata sottoposta, e le strategie da seguire per ritrovare il benessere individuale e sociale.

Entrambe le commissioni saranno presiedute da facilitatori/trici con esperienza di conduzione di gruppi attraverso le metodologie partecipative orientate alla nonviolenza, e dovranno trovare in un momento successivo una sintesi condivisa e partecipata. Il luogo dove si insedieranno sarà il complesso delle scuole Diaz e Pertini di Genova, considerato luogo simbolico dove far ripartire un dialogo per una società più libera e felice dopo il fallimento dell’economia liberista.

8 – RIPENSARE L’APPROCCIO ALL’INFANZIA

Il decreto incentiva e supporta il parto in casa gratuito per tutte coloro che lo desiderino e laddove sussistano le condizioni: il parto in casa, a maggior ragione in tempo di Covid, è la scelta più sicura, sana, ecologica ed economica per lo Stato (come dimostra il modello olandese). Un parto soddisfacente e rispettoso è anche presupposto per una maternità gioiosa, serena e consapevole. Il decreto promuove l’allattamento al seno, l’uso di fasce e marsupi per mantenere il contatto col bambino, uno svezzamento lento e graduale con frutta, verdure e cereali biologici; disincentiva invece l’uso di omogeneizzati industriali, pappe pronte e carne di allevamento.

Vogliamo sottolineare l’importanza della motricità nello sviluppo del neonato per cui incoraggiamo un approccio rispettoso dei tempi della bambina e del bambino. Invitiamo i genitori a lasciare per terra, supini, i loro bimbi e bimbe e limitarsi a osservare i loro movimenti: non servono aiuti, stimoli o insegnamenti, i bimbi sanno cosa fare e come fare, seguono la natura. Crescendo si consiglia di lasciare loro la libertà di sperimentare, muoversi, sbagliare, cadere e sporcarsi.

Il decreto incoraggia la formazione di comunità educanti (gruppi, ecovillaggi ma anche cortili condominiali e spazi comunitari) dove i bambini eterogenei per età, sesso e provenienza possano giocare senza la presenza e l’intervento costante degli adulti. Invitiamo i genitori a limitare le attività strutturate pomeridiane e incitiamo le amministrazioni, anche attraverso chiusure e limitazioni al traffico, a riservare aree urbane ai bambini. Saranno prese in considerazione, come linee guida pedagogiche positive, quelle dell’educazione diffusa, in sperimentazione in Lombardia e già arrivate al confronto istituzionale negli ultimi anni.

Si consiglia ai genitori di evitare l’uso di cellulari e tablet nella prima infanzia e di limitarli successivamente, cercando di comprare loro il primo cellulare il più tardi possibile.

Infine il decreto sancisce la necessità prioritaria per la scuola di insegnare a pensare in modo creativo, aperto al confronto, critico e costruttivo, per questo ci impegniamo a formare docenti e maestre/i in grado di far crescere “buoni pensatori e pensatrici”, che possano essere agenti di un cambiamento sociale e politico, prendendo spunto dalle indicazioni del progetto “Visible Thinking” dell’Università di Harvard (USA).

9 – INCENTIVARE UNA COMUNICAZIONE ETICA CORRETTA E NON PROPAGANDISTICA NE’ TERRORISTICA

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.” Questo passo dell’Articolo 21 della Costituzione Italiana è un punto di partenza per la comunicazione e la diffusione pubblica di informazioni, spesso messo in discussione nel passato e nel presente.

Il Decreto della Liberazione darà massima diffusione a tutti i canali di informazione che abbandoneranno i toni allarmistici, ossessivi, il terrorismo psicologico e adotteranno una linea editoriale libera da pressioni provenienti dal mondo economico. Ogni punto di vista è accettabile e desiderabile, ogni opinione, posizione e interpretazione rispetto ai fatti è incentivata, così come è incentivato ogni mezzo nonviolento di recupero di informazioni sui territori, seguendo le indicazioni del giornalismo sociale e partecipativo. La distorsione della realtà attraverso la comunicazione di dichiarazioni non vere, di fatti mai accaduti, così come la costruzione di notizie false, verrà disincentivata e portata allo scoperto, a partire dalle distorsioni provenienti dagli organismi di potere. Non verrà tuttavia posta alcuna censura preventiva, sulla base dell’idea che ci sono fatti, eventi e situazioni la cui realtà e veridicità è difficile da appurare, ed è quindi necessario procedere domandando. Questo vale anche e soprattutto per le verità mediche e scientifiche: verrà disincentivato qualsiasi settore tecnico-scientifico che si arrogherà il diritto di parlare in quanto detentore di verità oggettiva, poiché è esattamente questo il meccanismo attraverso cui si alimenta il potere tecnocratico.

10 – EDUCAZIONE EMOTIVA ALLE DIFFERENZE E ALLA LIBERTA’

Si considerano prioritari il benessere emotivo e l’apertura culturale, non l’accumulo di conoscenze. Il decreto mette in discussione le logiche del dominio e della concorrenza tipiche del sistema patriarcale e incentiva un politica seria di educazione e rispetto delle differenze, partendo dal lessico utilizzato nei libri di scuola, dalle metodologie didattiche e dai programmi. L’idea patriarcale del distacco della mente dal corpo e l’epistemologia logocentrica e androcentrica sono il fondamento teorico della civiltà distruttiva che abbiamo ereditato e che ha condotto alla crisi attuale. Intelligenza emotiva e empatia devono essere requisiti essenziali, quindi, di ogni forma di acquisizione di competenza, affinché essa non diventi iperspecialistica, arrogante e incapace di confronto con le competenze diverse.

L’azione politica delle istituzioni locali e nazionali segue questo approccio pedagogico e culturale: dichiariamo l’abbandono del sistema patriarcale e la rinuncia all’approccio paternalista come strumento educativo e di comunicazione. Promuoviamo il Benessere Emotivo evitando di far leva sulla paura come strumento di controllo sociale. Ogni istituzione pubblica supporta l’autogestione consapevole e responsabile, si fa garante dell’autodeterminazione dei popoli e si impegna ad assicurare le pari opportunità e il rispetto delle diversità, in tutte le sue forme.

Le Faq al Decreto. Fine del Molite

Dall’uscita del nostro «Decreto della Liberazione», cioè dal 25 aprile 2020, ci sono arrivati numerosi messaggi che non ci aspettavamo. È arrivato quindi il momento che anche noi, come ogni ente che si rispetti, integriamo le nostre disposizioni con delle risposte chiarificanti alle FAQ, cioè alle domande più frequenti.

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